In questa rubrica le notizie provengono dalla caverna, come l’uomo del mito di Platone e, proprio come lui, uscendo acquisiscono una nuova luce e nuove conoscenze. Per questo motivo qui ci proponiamo di raccontare ogni giovedì quella filosofia che è al centro della vita dell’uomo da millenni.


La nascita dell’idea di nazionalismo

La patria è quella terra, che un popolo o più semplicemente un singolo è in grado di considerare propria: il termine nasce dal latino pater, e infatti i primi segni di questo sentimento sono riconducibili al mondo antico. Nell’Antica Grecia questo sentimento era vivo più che mai ed era fondato sul senso di appartenenza alla polis: Leonida ne è l’esempio più eclatante, in quanto fu colui che sacrificò la propria vita in nome della vittoria contro i Persiani. Questo sentimento era ben conosciuto anche dai Romani, per cui l’amore per la patria raggiungeva la sua piena espressione nel prendere parte alla vita politica e militare.

Il sentimento di amore per la patria si è modificato nei secoli e nel momento di tensione dell’America rivoluzionaria nascono i termini “patriota”, “patriottismo” e “patriottico”, e si diffondono ben presto tra tutti i rivoluzionari. Così la nazione nel XIX secolo indica non più un paese o un popolo, ma una grande patria. L’idea di nazione inizia quindi a essere definita e studiata dai filosofi del periodo compreso tra l’illuminismo e il romanticismo.

Tra questi c’è Jean-Jacques Rousseau, che considerava la nazione come il corpo elettivo dal quale deve essere emanata un’unitaria volontà politica, opponendosi quindi ai poteri arbitrari, come la monarchia, che esclude questa idea di nazione, e anche al cosmopolitismo razionalista, che mette l’uomo al centro della struttura complessa che è il mondo, dottrina che si era diffusa tra i filosofi illuministi. 

A difesa del cosmopolitismo c’è invece Immanuel Kant, anche se con i dovuti limiti: la sua idea trova le basi nella rivoluzione francese, la quale ha reso la Francia una repubblica, attraverso la forza del principio nazionale. Il filosofo riconosce nella natura che ha fornito ai popoli una lingua e una cultura comune, l’elemento che ha permesso agli stati di trovare limiti all’espansionismo, volto a ottenere più potenza, fino ad arrivare a un dominio totale, sotto una monarchia universale. Per Kant il nazionalismo è quindi quel limite che, impedendo il diffondersi di mire espansionistiche, permette l’esprimersi l’autonomia dei singoli stati.

Al contrario per Herder, nella comunità umana rappresentata dai popoli, e quindi in una realtà più piccola, ognuno vuole che vengano rispettate la propria lingua e le proprie tradizioni per quello che sono. L’idea di Herder viene però discussa sempre in rapporto al cosmopolitismo, e non è perciò del tutto estranea al pensiero illuminista, perché ha valore solo nel contesto della totalità della storia umana.

Un altro filosofo che espone la sua idea a riguardo è Fichte. Egli nei “Discorsi alla nazione tedesca” dimostrata l’idea di nazionalismo, che si basa sulla distinzione tra i popoli descrive il popolo tedesco come l’unico che sarebbe in grado di prendere le redini dell’intera umanità, con lo scopo di guidare tutti gli altri a una vita libera. Introduce così il concetto di uno spirito universale, definito come Weltgeistsecondo la teoria hegeliana, e questo si incarna nello spirito di un popolo specifico, Volksgeist, con l’obiettivo di universalizzare, condannando ogni altro popolo alla marginalità e alla subordinazione.

Questa prospettiva verrà poi ripresa da Hegel, che sosteneva ugualmente, in maniera anzi più forte, che il popolo tedesco avesse una missione di egemonia sugli altri. In questo modo, il confine tra cosmopolitismo e nazionalità diventa complesso: Fichte e Hegel vedono entrambi il popolo tedesco come l’unico in grado di guidare l’umanità, una visione che può portare a forme di nazionalismo estremo, la quale stata è servita per giustificare l’egemonia di un popolo sugli altri. I motivi che Fichte utilizza per giustificare questa necessità dell Germania di porsi sopra tutti gli altri sono riconducibili all’ambito storico: attraverso i testi di Tacito egli cerca di dimostrare come la lingua tedesca sia l’unica a essere rimasta pura e incontaminata, nel senso di simile a quella delle origini, mettendo in evidenza in questo modo l’idea di purezza etnica basata sulla pratica di evitare matrimoni con popolazioni straniere.

La nazione diventa quindi un’entità, posta al di sopra di ogni controllo umano, richiamando così al patriottismo come dovere assoluto da giustificare e santificare, anche attraverso forme di fanatismo etnico e nazionalistico.

A cura di Laura Coghe


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