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L’asilo nido per i cuccioli di squalo bianco

Nell’immaginario comune è un animale pericolosissimo, colpa anche dei film hollywoodiani, ma in realtà lo squalo bianco è molto più “umano” di quanto non sembri, a tal punto da mandare i cuccioli all’asilo.

La prima cosa che viene in mente quando si pensa agli squali bianchi è sicuramente l’idea di un predatore letale e affamato di carne umana; le ricerche scientifiche ogni anno affermano invece una realtà diversa: ad esempio i loro attacchi, noti per essere micidiali, in media portano ad una vittima ogni due anni, e in totale attaccano l’uomo meno di una volta all’anno.

Inoltre molte delle abitudini di questa specie sono straordinariamente simili a quelle dell’uomo, come il fatto che anche i loro cuccioli “vanno all’asilo nido”. Può sembrare strano, eppure è così!

Si è giunti a tale conoscenza a partire da una ricerca scientifica coordinata dal National Marine Fisheries Service di Gloucester (MA, U.S.A.) con la collaborazione di altre importanti istituzioni americane tra cui OCEARCH, durante la quale è stata analizzata per due anni la vita di 22 piccoli squali bianchi a Santa Barbara (California), di età compresa tra uno e sei anni, tracciando costantemente i loro movimenti; i risultati hanno dimostrato che i loro spostamenti dipendono principalmente dall’orario e dalla temperatura.

Ma il dato più interessante è stata la scoperta che per la maggior parte del giorno i cuccioli nuotano in acque poco profonde e parallele alla linea di costa, protette dai grandi predatori pelagici che nuotano più a largo; non è certo se in tale zona protetta avvenga anche il parto, ma sappiamo che i piccoli entrano là pochi mesi dopo la loro nascita, e vi trascorrono la prima estate della loro vita. È inoltre rilevante notare che in quelle zone raramente si è osservata la presenza di adulti, e questo fa pensare proprio a una sorta di nursery in cui i cuccioli possano crescere in sicurezza.

Questa scoperta è molto importante per la conservazione della specie, perché permette di avere una chiara idea di dove si trovino i piccoli e di quali zone proteggere e difendere con più impegno; ciò che infatti rende spesso ardua la conservazione delle grandi specie marine è proprio l’impossibilità di tenere d’occhio i luoghi in cui vivono, per via della vastità degli oceani.

Bisogna, tuttavia, implementare misure supplementari di protezione delle zone in cui crescono queste specie, soprattutto i piccoli, dal momento che si tratta di aree esposte a significativi impatti antropici, come la pesca intensiva o il degrado dell’habitat costiero; per far sì che la specie sopravviva è necessario salvaguardare i cuccioli, e nel far ciò non si può non rivedere il peso che l’uomo ha sugli ambienti marini e oceanici.

A cura di Laura Murroni


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