In questa rubrica le notizie provengono dalla caverna, come l’uomo del mito di Platone e, proprio come lui, uscendo acquisiscono una nuova luce e nuove conoscenze. Per questo motivo qui ci proponiamo di raccontare ogni giovedì quella filosofia che è al centro della vita dell’uomo da millenni.


Materiale fragile

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì linganno estremo,
Cheterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, né di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
Tacqueta omai. Dispera
Lultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E linfinita vanità del tutto.

                                                                                                                             -A se stesso, Giacomo Leopardi

Assai palpitasti, nella contorsione della vanità del tutto, nella consapevolezza di essere materiale fragile, fragile materia cullata dal dolore storico del mondo, obbligatoriamente esposto al disprezzo del tempo, arbitrariamente suicida nell’amarezza e nella noia. Assai palpitasti, quando il cuore batteva forte per la fatica della corsa, alla ricerca di ciò che non abbandona e non tradisce, ma invade e prorompe.

Il dolore sibila tra gli spifferi di ogni vita, non si fa attendere, si presenta in anticipo e aspetta con impazienza. È essenzialmente ciò che ci fa prendere contatto con l’esistenza, ciò che giustifica l’esserci, la costante logica e matematica della presenza. Cosa può essere la vita senza dolore? O, al contrario, cos’è la vita carica di sofferenza? Perché la sorte dell’uomo è inevitabilmente di contorcersi e sgretolarsi nel lutto della felicità?

Il non-senso dell’esistenza è stato esplorato da molti poeti, filosofi, pensatori di ogni genere. Eppure il dolore appare ancora radicale, sempre radicato, seme e germoglio per essere umani, soprattutto in un mondo in cui l’illusione della felicità è potenziata e bramata affinché si agisca per sostituzione alla comparsa dei primi sintomi del tormento.

Ci siamo straordinariamente, appassionatamente innamorati della sofferenza. Anche nel tentativo di allontanare il male, ci siamo ricongiunti a esso. 

Giacomo Leopardi ha guardato in faccia il patibolo, l’oscuro e misterioso oracolo che regola la realtà e ha compreso che il dolore risiede nelle viscere stesse della storia. La sofferenza è un evento storico ciclico, centrifugo e centripeto. Il poeta rivolge le proprie attenzioni al cuore, all’organo in cui risiede il sentimento e in cui ristagna la disperazione. Or poserai per sempre, dice al proprio cuore dopo aver patito il male di una vita intera. Con frasi sommarie e scarne ci mostra non l’esistenza in atto, ma il compendio di eventi già pienamente vissuti, interiorizzati e compresi. Leopardi ha scorto nella nostra essenza di uomini l’assenza di luce, l’assenza di verità, l’assenza di bagliore. Gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce. Siamo ombre in zona d’ombra, dunque siamo essenzialmente nulla nell’infinita vanità del tutto. 

Il poeta ha abbattuto l’antropocentrismo corrente, quella voglia spasmodica e ossessionata di dichiararsi, poiché pensanti, il motore concentrico dell’universo, quella mania tutta umana di credersi infiniti. L’illusione svanisce nella filosofia leopardiana. Perì. Null’altro più. Perì. E non rimane un briciolo di speranza né di desiderio. La volontà è spenta. Perì. È stata sufficiente una parola per far crollare ogni sovrastruttura, una parola che suona come un lamento mozzato, un respiro spezzato, uno specchio infranto. 

Leopardi ammazza anche l’attimo dell’illusione, l’istante in cui si crede di potersi ingannare. La vita ci ha donato solo la morte e la voglia inestinguibile di esplorare il non-senso delle cose; ci ha donato il battito, il palpito pulsante della conoscenza. Assai palpitasti. E ancora palpiti, per cercare di colmare il vuoto che si crea tra un battito e l’altro. 

A cura di Ambra Lai


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