In questa rubrica le notizie provengono dalla caverna, come l’uomo del mito di Platone e, proprio come lui, uscendo acquisiscono una nuova luce e nuove conoscenze. Per questo motivo qui ci proponiamo di raccontare ogni giovedì quella filosofia che è al centro della vita dell’uomo da millenni.


L’uomo è per natura buono o malvagio?

Molti uomini nel passato e tuttora si pongono questa domanda e riguardo a questa questione, diversi filosofi nella storia hanno espresso opinioni contrastanti: tra cui Thomas Hobbes e Jean-Jacques Rousseau, il primo dei due considera che l’uomo possegga in sé una natura malvagia, il secondo ritiene l’uomo naturalmente buono.

L’idea di Thomas Hobbes nasce in riferimento alla sua delineazione dello stato ideale: infatti, secondo il filosofo, in assenza delle convenzioni sociali e delle leggi, estromesso quindi dal controllo dello Stato, l’uomo sarebbe mosso da pulsioni egoistiche distruttive di ogni forma di convivenza civile; si presenterebbe completamente al suo stato animale, in una condizione dove vince colui che riesce ad ottenere la supremazia per mezzo della forza fisica: l’uomo «è lupo all’altro uomo». Nel primo capitolo del De cive parla del contrasto con l’idea invece aristotelica della città (pòlis), come un organo già preesistente e dell’uomo come un animale politico per natura (zoòn politikòn): questo assioma è per Hobbes falso ed è dato da un analisi superficiale dell’uomo, infatti il consociarsi è il risultato di una necessità umana, per combattere la morte violenta e l’idea dell’uomo più forte che sopraffa il più debole. Negli uomini infatti è presente un appetitus societatis, “desiderio di società”.

Questa tendenza umana alla socialità trova il suo fondamento nella ricerca di un vantaggio: il bambino ha bisogno dell’aiuto altrui per vivere, l’adulto ne ha bisogno per vivere bene; nell’associazione con gli altri ognuno cerca o un qualche utile o un eudokiméin, cioè stima e onore da parte dei compagni.

Il pessimismo antropologico di Hobbes è il risultato della sua idea della condizione dell’uomo, da cui derivano i “postulati sicurissimi intorno alla natura umana”:

  1. il desiderio naturale, secondo il quale ognuno vuole per sé le cose che sono in comune;
  2. la ragione naturale, secondo la quale ciascuno cerca di evitare la morte violenta, considerata il più grande male.

Tutto ciò determina una situazione umana nel quale l’uomo, se esposto al peggiore dei mali, la morte, vive in uno stato costante di paura: il timore reciproco crea un uomo debole, impaurito, aggressivo e violento, cioè una creatura che, per Hobbes, è capace solo di rapporti improntati alla ferocia e alla lotta implacabile, rivestita perciò di una natura malvagia.

Si trova in contrasto con questa idea il filosofo Jean-Jacques Rousseau: egli si concentra sullo studio dell’uomo nella condizione primitiva di “felice giovinezza del mondo”, da cui l’essere umano si è distaccato con la sua evoluzione.
Alla dottrina metastorica dello stato di natura il filosofo svizzero mette in opposizione l’idea della storia naturale, portata avanti dagli antropologi e dai viaggiatori, considerando così l’idea del “buon selvaggio”, ossia una popolazione innocente non ancora corrotta dalla società.

L’uomo primitivo viene da lui definito come un essere “a-morale” o “pre-morale”, perciò non può essere, come veniva definito da Locke e Hobbes, benevolo e socievole, né egoista e aggressivo. Nel sostenere la confutazione di Hobbes, Rousseau parla del fatto che l’uomo, nonostante non possegga la bontà e la malvagità, ha in sé la virtù naturale della pietà: l’innata ripugnanza a veder soffrire il proprio simile, è così naturale che anche le bestie a volte ne manifestano evidenti segni.

Egli inoltre riteneva che l’uomo primitivo vivesse in modo isolato e asociale, in uno stato di libertà, in cui veniva guidato esclusivamente dal suo infallibile istinto, finalizzato alla sopravvivenza e alla riproduzione.
In seguito a questa prima fase, cominciò nella storia dell’uomo la fase del “buon selvaggio”, intermedia tra le fasi dell’uomo naturale e civile, quella che è considerata la più felice, perché si inizia a mettere in pratica la ragione al fine di costruire strumenti per migliorare la propria condizione.

Da questa fase, si arriva facilmente alla successiva: quella dell’uomo civile, caratterizzata dal “più orribile stato di guerra”. Il motivo è che si presentano all’uomo nuovi bisogni: la volontà di primeggiare, di possedere di più rispetto agli altri, di accumulare prodotti e in conseguenza a ciò si sviluppano le due arti tecniche, la metallurgia e l’agricoltura, cause della disuguaglianza sociale, dello sfruttamento del lavoro altrui, la delimitazione delle proprietà e così via.

Rousseau afferma così, al contrario di Hobbes, ma anche di Locke, che l’aggressività e la malvagità sono acquisiti, che non appartengono all’uomo naturale, ma al contrario all’uomo civilizzato.

Ciò che afferma Hobbes quindi riguardo la natura umana è che questa, poiché malvagia, genera uno stato di guerra che conduce verso alla morte violenta, che dev’essere evitata e perciò controllata attraverso lo stato civile e le leggi.
Mentre per quanto riguarda Rousseau, egli ha una visione capovolta della storia in cui l’uomo è naturalmente guidato dall’istinto e dalla sua naturale virtù della pietà, ma col tempo, poiché spinto all’avanzamento tecnologico, arriva a voler sopraffare l’altro e diventa malvagio e fautore della guerra violenta.

A cura di Laura Coghe


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