Le Muse erano custodi della cultura e delle arti, perciò danno il nome a questa rubrica, che potrete leggere ogni martedì. All’interno forniremo consigli e approfondimenti attorno a temi di letteratura, cinema e musica.


Belfast, la storia di un addio

Il film “Belfast” è interamente ambientato nella capitale da cui prende il nome, in particolare in una strada, con poche scene che si svolgono al di fuori di essa. La città narrata è quella del 1969, vittima del conflitto di The Troubles (i problemi/ le difficoltà), cioè la guerra che colpì violentemente l’Irlanda del Nord tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Novanta, raggiungendo le 3000 vittime e arrivando ad espandendosi anche nell’Inghilterra e nella Repubblica d’Irlanda. Questo conflitto nasce dalla lotta irlandese per l’autonomia dalla Gran Bretagna: i territori dell’Irlanda hanno subìto una lunga colonizzazione britannica, che ha portato alla divisione della popolazione in due fazioni: la prima formata da un’ampia maggioranza cattolica, nazionalista e repubblicana, la seconda formata da in una minoranza di discendenza scozzese e inglese, protestante e unionista. Fino al 1922, il Regno Unito aveva il pieno controllo sull’Isola. Dopo una violenta guerra d’indipendenza, le nove contee, divenute sei in seguito, rimasero sotto il controllo britannico. 

La lotta costante tra le due parti fa da sfondo nel racconto: protagonista ne è una famiglia, composta da moglie, marito, i loro due figli e i genitori del padre. Questi vivono appieno il conflitto, ma non ne sono promotori, tutti consapevoli dell’inutilità di una tale lotta per motivi religiosi. Tutti loro si sentono in una costante condizione di pericolo: la strada in cui vivono è abitata da un gran numero di cattolici, i quali sono spesso vittime degli attacchi dei protestanti che non accettano la loro presenza. 

La pellicola vuole però mostrare il modo in cui le due fazioni riescano a vivere tra loro in pace e in armonia: la famiglia è infatti protestante, ma, poiché vive da sempre in quel quartiere, non sente il conflitto con i cattolici, e al contrario è in una relazione di affetto e rispetto; tanto che il padre, interpretato da Jamie Dornan, ricorda al figlio, a conclusione del film: “Quella ragazzina può essere una praticante induista o una battista del Sud o una vegetariana anticristo, ma se è gentile, è sincera e voi due vi rispettate, lei e la sua famiglia sono i benvenuti in casa nostra ogni giorno“.

La famiglia però si sente pressata da questa costante condizione di conflitto e, poiché vive in una condizione economica complicata, il padre è sempre lontano per occuparsi del suo lavoro in Inghilterra. La situazione peggiora a dismisura e quando si presenta l’eventualità di doversi trasferire dall’Irlanda, per ottenere una miglior condizione di vita, tutti ne sono preoccupati, perché non si sentono pronti a lasciare il luogo dove hanno vissuto tutta la vita, dove sono amati, capiti e dove hanno coltivato i loro più cari rapporti. Il regista con questo film vuole raccontare di tutte quelle famiglie che durante la guerra, che fosse questa di Belfast o tutte le altre della storia e attuali, si sono trovate a lasciare tutto per proteggersi, pur consapevoli di ciò che stavano lasciando alle spalle e di quanto è importante avere una casa, in cui ci si sente al sicuro e amati. Ma il racconto non è solo per loro, ma, come recitano le parole impresse sullo schermo al termine del film, è “per quelli che sono rimasti”, “per quelli che sono partiti” e “per tutti quelli che si sono persi”. 

La storia raccontata è proprio quella del regista, Kenneth Branagh, che durante la sua infanzia, come Buddy, si è trovato coinvolto nelle vicende di guerra dell’Irlanda.

Belfast è uscito nelle sale nel 2021, è quasi interamente in bianco e nero e ha vinto nel 2022 il premio Oscar per la migliore sceneggiatura originale.

A cura di Laura Coghe


Immagine di brgfx su Freepik

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