In questa rubrica le notizie provengono dalla caverna, come l’uomo del mito di Platone e, proprio come lui, uscendo acquisiscono una nuova luce e nuove conoscenze. Per questo motivo qui ci proponiamo di raccontare ogni giovedì quella filosofia che è al centro della vita dell’uomo da millenni.


I protoi euretai della filosofia: da Eraclito a Tucidide

Filosofia” è una parola greca, composta da due termini, grazie ai quali assume un significato molto chiaro: philia, cioè “amore” e sophia, cioè “sapienza”. Alla lettera, dunque, la filosofia è l’amore per la sapienza.

Tra il VII e il V secolo a.C. in Grecia la parola cominciò a designare un generico “amore per la conoscenza”. Dai documenti che ci sono pervenuti però, agli albori della cultura occidentale, non c’era ancora la “cosa” che successivamente venne identificata come filosofia. I pensatori arcaici non coltivarono una disciplina distinta rispetto alle indagini della physis, della natura, o un’elaborazione prettamente teorica: se da un lato le ricerche sulle cause dell’esistenza non potevano essere separate dalle indagini matematiche e astronomiche, dall’altro, il pensiero era già considerato un modo di vita, una pratica sociale nella, una forma di sapienza.

Per capire l’attività svolta da coloro che vennero definiti i “primi filosofi” bisogna andare a fondo nella ricerca, capendo da dove nacque il termine filosofia e quale significato gli venne attribuito in origine.

Secondo Diogene Laerzio, a introdurre per primo questo termine fu Pitagora, ma a riguardo ci sono alcune obiezioni: come in precedenza Talete e in seguito Socrate, Pitagora non scrisse nulla e risulta difficile concepirlo come “inventore” della parola. Era inoltre consuetudine diffusa nel mondo antico attribuire a figure molto importanti e carismatiche il merito di essere stati i “primi inventori” o protoi euretai, di alcune scoperte. Attribuzioni di questo genere però non avevano altro fondamento che la fama dei personaggi coinvolti e, su questo dato, si può ritenere che per le stesse motivazioni Pitagora sia stato nel tempo considerato inventore del termine filosofia.

Occorre quindi spostarsi circa alla fine del V secolo a.C. per vedere per la prima volta scritto in uno dei frammenti superstiti dell’opera Sulla natura di Eraclito di Efeso qualcosa di simile alla parola filosofia: È infatti necessario che gli uomini philosophous siano conoscitori di moltissime cose

L’affermazione tuttavia si trova in netta contraddizione con ciò che si legge in un altro frammento: “Aver imparato moltissime cose (plymathia) non insegna ad avere intelligenza (nous)”

Attribuendo al termine philosophos un significato tecnico, Eraclito cercò di dire che coloro che amavano il sapere sarebbero stati costretti ad imparare tantissime cose, senza che ciò comportasse la cosa più importante, avere l’intelligenza. A giudicare dai suoi scritti, Eraclito non si considerava un filosofo, visto che egli intendeva, in maniera negativa, coloro che coltivavano una grande molteplicità di conoscenze.

La filosofia però, non era ancora qualcosa di definitivo. Lo possiamo capire anche dall’Epitafio di Pericle, forse uno dei brani più importanti di tutta la grecità, tratto dalla Guerra del Peloponneso, denominazione data in seguito all’opera storiografica redatta da Tucidide, vissuto approssimativamente tra il 460 e il 400 a.C. Il testo, racconta ciò che venne detto quando, alla fine del primo anno della guerra trentennale svoltasi tra Atene e Sparta, a Pericle venne affidato il compito di svolgere un discorso funebre (un logos epitaphios, “discorso sulla sepoltura”) per celebrare i caduti durante la guerra e spronare i guerrieri ancora vivi a combattere la guerra.

Il discorso che Tucidide fa pronunciare a Pericle non si sofferma nell’elogio dell’eroismo e delle virtù belliche dei soldati ateniesi, ma sui tre elementi che stanno alla base della potenza della città: la disposizione d’animo dei cittadini, il loro concreto modo di agire, e la Costituzione dello Stato. Al culmine dell’orgogliosa rivendicazione della superiorità di Atene sulle altre città greche, si trova quella che è definibile come una sintesi perfetta delle caratteristiche migliori del mondo greco:

Φιλοκαλοῦμέν τε γὰρ μετ’ εὐτελείας καὶ φιλοσοφοῦμεν ἄνευ μαλακίας

“Amiamo il bello con moderazione e amiamo il sapere senza mollezza”

Le vicende della guerra e alcune difficoltà militari non possono cancellare il primato di Atene su ogni competitore, dato dal fatto che alla città vengono attribuiti due tipi di amore (philia): quello per il bello (kalos) e quello per il sapere (sophia). L’oratore quindi non rivendica la grandezza della città nella filosofia, anzi, la comparsa del termine rappresenta una definitiva conferma che, tra il IX e il IV secolo a.C., la filosofia indicava qualcosa di generico e non aveva ancora assunto i connotati di una specifica disciplina, ma cominciava ad essere identificata come forte presenza nella città di Atene.

Si possono a questo punto fissare due punti importantissimi: la filosofia nasce e si diffonde come un modo di stare nella polis e come una forma di interrogazione su tutto il circostante.

Si presenta quindi la configurazione della filosofia all’interno dei dialoghi platonici, dove essa si alimenta di quello che Platone chiamava il thauma, la condizione emotivo-affettiva in cui lo stupore si congiunge al timore all’origine del filosofare, il mysterium tremendum et fascinans. È con Aristotele che, infine, la filosofia diviene un sapere distinto rispetto ad altre forme di conoscenza, fornito di una struttura ben definita e di una specifica metodologia. Questa accezione, maturata nel contesto di attività di scuole, condusse alla costituzione della filosofia come un sapere altamente tecnicizzato. Il culmine di questo processo può essere identificato nell’epoca contemporanea, dove la filosofia è disciplina e materia di studio, e perde il suo significato originario di modo di vivere che caratterizzò i personaggi vissuti nel mondo greco tra il IX e il V secolo a.C.

A cura di Chiara Pillicu


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