La rubrica dedicata ai campioni del Gramsci-Amaldi.


Una classicista un po’ creativa

Oggi la rubrica Fuori-Classe ha deciso di intervistare Alice Cardia, ex studentessa e docente del Gramsci-Amaldi, diplomata al liceo classico nel 2002. Con questa intervista avremo l’opportunità di capire quali sono le possibili scelte dopo il diploma.

– Perché ha scelto il liceo classico?
A.C.: “Mi sarebbe piaciuto fare l’artistico perché mi piaceva molto disegnare, però non era a Carbonia e mia madre insisteva perché facessi il classico, è stata una strada un po’ a caso. Sicuramente la mia strada non poteva essere lo scientifico. In quegli anni esistevano meno scelte, le scuole erano ragioneria, scientifico e classico. Il classico era il più simile a me”.

– Si è mai pentita della sua scelta?
A.C.: “No, non mi pento. Però mi sarebbe piaciuto anche fare l’artistico, mi chiedo come sarebbe stata la mia vita. Non mi pento del classico perché mi ha dato una struttura solida oltre all’amore per la letteratura”.

– Com’è stata la sua esperienza al Gramsci?
A.C.: ”La mia esperienza al Gramsci la ricordo in modo positivo, anche se durante il mio primo anno nel ‘97 erano scoppiati due incendi, eravamo nella vecchia sede (dove ora si trova il Beccaria) e aveva preso fuoco parte dell’archivio di Carbonia; quindi era stato un anno un po’ particolare. Sono stati degli anni in cui erano rimasti dei residui delle lotte precedenti, alcuni studenti avevano occupato la scuola in quel periodo. Quando ci hanno uniti allo scientifico inizialmente eravamo un po’ infastiditi, venivamo spesso emarginati; questo ci ha permesso di avere una situazione quasi idilliaca e allo stesso tempo di sentirci esclusi. Quando ci siamo uniti il secondo anno, anche se eravamo in sedi staccate, per provare ad unirci avevamo fatto la prima lista elettorale mista; infatti, l’avevamo chiamata Fritto misto non resisto”.

– È rimasta in contatto con i suoi compagni di classe?
A.C: “Sì, tutt’oggi mi sento ancora con loro. Eravamo molto uniti, in quarta e quinta uscivamo, andavamo al mare o al cinema facevamo tutto insieme“.

-Cosa voleva fare dopo il diploma e cosa ha fatto?
A.C.: “Non avevo un’idea precisa di ciò che volessi fare, dopo il liceo ho scelto Beni culturali, che all’ora era Beni storico-artistici, quasi a caso perché io non sapevo dove iscrivermi. Mi sono iscritta quasi a caso ma non è vero che era a caso, secondo me è stato istintivo; infatti quando ero molto piccola volevo studiare storia dell’arte”.

– Oggi quali sono le sue passioni e cosa fa nella vita?
A.C.: “Insegno, anche se non sono di ruolo; mi piace, è faticoso, come ho già detto mi piacciono anche altri lavori, però mi piace lavorare con i ragazzi: vedo in questo una possibilità nel cambiamento, l’educazione è un campo in cui può avvenire. Questa non è l’unica strada per me, penso possano essercene anche altre, ma questa funziona e mi appaga. Contemporaneamente insegno danza, che è una forma d’arte, quindi è un’altra cosa che mi ha richiamato a sé, è una parte dell’arte che amo, mi piace insegnare danza perché posso trasmettere quell’amore e provare a passare il testimone di quello che per me è stata la danza come strumento di libertà a chi viene a studiare nei nostri corsi. Sono due mestieri, i quali sono legati dal ruolo di insegnante pur essendo lavori diversi, mi hanno permesso di unire tanti aspetti di me che avevo perseguito anche senza alcuna speranza, come quando scegli delle attività perché ti ci senti affine, non le scegli perché vuoi fare curriculum, semplicemente le scegli. Tutti quei percorsi mi hanno portato a costruire la persona che sono e quella persona penso che possa insegnare con quello che sono, perché penso che per fare l’insegnante bisogni essere, non solo dire”.

– Si pente di aver scelto Beni storici culturali? Le sarebbe piaciuto fare altro?
A.C.: “Non me ne pento, perché ogni volta che prendo in mano un libro di storia dell’arte mi emoziono, penso che l’arte sia uno strumento di libertà di emancipazione in ogni sua forma, rappresenta uno strumento di condivisione. Per me resta simbolica la frase del film “I cento passi” dove il protagonista dice che la bellezza è importante proprio perché libera l’uomo, se si insegnasse la bellezza invece delle idiozie, e con idiozie intendeva la politica, e di quando si discuteva di combattere contro la mafia la gente combatterebbe, perché riconoscerebbe la bellezza e combatterebbe per essa. Da una parte me ne pento perché l’Italia non è un paese per l’arte. Uno degli ultimi esami che ho dato è stato filologia romanza e mi è piaciuto tantissimo, mi è sembrato di manovrare parole stregate, la lingua è uno strumento solido di conoscenza, conoscenza di te attraverso il significato arcano delle parole, sembra quasi di andare a sbirciare a intravedere immagini di quello che è stato. Purtroppo, mi sono accorta tardi di quanto mi piacesse, mi sarebbe piaciuto anche antropologia”.

– Cosa faceva prima di lavorare come docente di sostegno?
A.C.: “Prima di fare la docente ho fatto diversi lavori, tra cui l’animatrice, con alcuni colleghi avevamo fatto una cooperativa di organizzazione eventi e ho curato diverse mostre. Nel 2020 abbiamo chiuso la cooperativa e da lì ho iniziato a insegnare, contemporaneamente continuo a insegnare danza”.

Ringraziamo Alice Cardia per la disponibilità e noi ci vediamo alla prossima intervista.

Intervista a cura di Sofia Etzi


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