In questa rubrica le notizie provengono dalla caverna, come l’uomo del mito di Platone e, proprio come lui, uscendo acquisiscono una nuova luce e nuove conoscenze. Per questo motivo qui ci proponiamo di raccontare ogni giovedì quella filosofia che è al centro della vita dell’uomo da millenni.


Il parricidio parmenideo: liberare sé stessi con un omicidio

Fin da quando l’uomo mette piede al mondo, fin dal suo primo respiro, la forza che nella sua vita si impone per prima, con vigore estremo e senza limiti, è la violenza: fisica, psicologica, la violenza delle prime volte, ma anche la violenza delle decisioni prese dagli altri, della mancanza di autonomia, della necessità dell’indipendenza, della scoperta dell’identità e delle sfumature di questa. È proprio in suo nome che l’uomo cerca e consegue, nel passaggio dall’infanzia all’età adulta, l’agognata libertà dalle infinite autorità che pongono limiti alla sua crescita e piena realizzazione.

E come non recidere queste catene, se non attraverso l’attacco a colui che più di tutti rappresenta il passato da cui si proviene, quel mondo da cui bisogna distaccarsi per poter affermarsi come individui completi, vale a dire il proprio padre?

Questo percorso di crescita ed emancipazione viene rappresentato, tra gli innumerevoli esempi presenti nella filosofia e nella letteratura, anche nel dialogo platonico del Sofista, probabilmente uno dei più complessi e impegnativi della produzione del filosofo.

In esso i protagonisti sono lo Straniero di Elea e Teeteto, che attraverso il dialogo cercano di risolvere l’interrogativo posto loro da Socrate: trovare una definizione per i termini “filosofo”, “politico” e “sofista”. A differenza di come verrebbe naturale pensare, lo Straniero sceglie di non partire dalle prime due, bensì dall’ultima, perché ritiene che a partire dalla definizione del sapere proprio del sofista sarà più facile delineare anche quello del filosofo e del politico. 

Tuttavia formulare una definizione di sofista è complesso, e le sei ipotesi trovate dai due con l’uso della diairesi non sono ritenute ancora soddisfacenti. Ciò che emerge chiaramente è l’ambiguità di questa figura, che bisogna delineare con chiarezza per non venirne confusi, e alla fine i due giungono alla conclusione che il sofista altro non sia che un “ingannatore” (góes) e un “illusionista” (mimétes), poiché con le sue parole convincenti riesce ad ingannare chi lo ascolta, producendo copie confondibili con la realtà.

Per portare avanti questo discorso bisogna però comprendere come sia possibile l’esistenza di un’arte che fa apparire ciò che non è, ed è necessario poter parlare di copie, inganni e apparenze senza commettere aporie o errori di pensiero, che tuttavia si rivelano inevitabili. Una copia è e non è l’oggetto che riproduce, l’apparenza che ci inganna è, e tuttavia non è la realtà. Poter affermare ciò è impossibile senza violare il principio che il filosofo Parmenide aveva fissato come immutabile, ovvero che l’essere è e che il non essere non è, e i due protagonisti del dialogo, caratterizzando il sofista come un ingannatore, si vedrebbero costretti ad ammettere invece che il non essere è, incappando in una contraddizione che li etichetterebbe come páides, bambini a cui si raccontano favole.

“Mi sembra che ciascuno ci racconti una specie di favola, come fossimo dei ragazzini. […] Ma possiamo dichiarare, senza biasimo, una cosa, che essi hanno guardato dall’alto in basso, ed hanno troppo disprezzato noi, che siamo i più: infatti, senza preoccuparsi per niente se, quando parlano, noi li seguiamo oppure restiamo indietro, ciascuno di loro porta a termine il proprio discorso. […]  « È chiaro infatti che voi conoscete queste cose già da tempo, mentre noi prima credevamo di saperle, ma ora ci troviamo in difficoltà. »”

Teeteto e lo Straniero sono dunque a un bivio, hanno due possibilità: rifiutare di definire il sofista, e rinunciare così a concludere il loro discorso, oppure rivedere l’insegnamento di Parmenide, venerato dai due come un padre per il grande valore del suo insegnamento, scostandosi dal solco da lui tracciato per cercare nuovi spunti filosofici e aprirsi a idee diverse da quelle che avevano sempre considerato immutabili e inconfutabili.

È quest’ultima opzione quella scelta dai protagonisti, perché rinunciare alla caratterizzazione a cui stavano lavorando significa rinunciare alla possibilità di fare discorsi articolati e completi, e di parlare sensatamente di qualsiasi cosa, dal momento che dovrebbero scartare tutte le parole che implicano l’esistenza di un qualcosa che non è.

Proprio per questo motivo i due decidono di attaccare il padre Parmenide, pur sapendo benissimo di stare andando incontro a rischi pesanti, come quello di esporsi al ridicolo degli altri, o, ancor peggio, quello di rimanere sempre fanciulli, che non osano affermare il proprio pensiero poiché in contrasto con chi li ha preceduti.

“STRANIERO: – Di questo, allora, ti prego ancora di più.
TEETETO: – Di che cosa?
S: – Di non ritenere che io sia diventato una specie di parricida.
T: – Perché?
S: – Per difenderci per noi sarà necessario sottoporre a prova il discorso del nostro padre Parmenide, e forzare il non-ente, sotto un certo rispetto, ad essere, e l’ente, a sua volta, sotto un certo rispetto, a non essere.
[…]
S: – Per queste ragioni, dunque, dobbiamo avere il coraggio, ora, di attaccare il discorso paterno, oppure dobbiamo assolutamente lasciar correre, se qualche scrupolo ci trattiene dal fare questo”.

L’attacco al padre, che nel dialogo si afferma come un vero e proprio parricidio, è un assassinio doloroso e fatale per tutte le parti coinvolte, eppure è inevitabile: transito obbligato per l’emancipazione, senza di questo non si può conquistare la propria autonomia, il proprio diritto di parola e sottrarsi all’autorità precostituita. È durante questa lotta cruenta che si mette in gioco la propria esistenza come persona, essere autonomo in grado di condurre discorsi individuali, che si scontrano contro i patrikói lógoi, i discorsi del padre. Platone tratta questo tema con la durezza e il realismo necessari, utilizzando termini violenti, perché non potrebbero essere altrimenti, per trattare di un conflitto che sfocia irreparabilmente nel pólemos, una guerra, in cui tutta la propria vita è a rischio.

Anche dopo aver commesso il deplorevole ma necessario attacco al padre, tuttavia lo Straniero e Teeteto non possono ancora interrompersi, il conflitto è tanto vasto che va oltre le convinzioni paterne e raggiunge l’interno della persona; non basta mettere in discussione l’insegnamento del passato, ma è fondamentale giudicare anche sé stessi e il proprio punto di vista. Lo scontro contro l’autorità si interiorizza, e ci si rende pronti ad attaccare anche sé stessi come si è fatto col padre, usando la violenza necessaria a forgiare la propria strada, rinunciando a domini prestabiliti ma creandone di propri giorno dopo giorno.

“S: – Sai, dunque, che abbiamo disubbidito a Parmenide, andando molto al di là del suo divieto?
T: – Perché?
S: – Noi, spingendoci nella ricerca ancor più avanti di quanto egli ci ha vietato di indagare, ne abbiamo fornito una dimostrazione.
T: – In che modo?
S: – Poiché egli dice in un certo luogo: Inoltre questo non potrà mai imporsi: che siano le cose che non sono. / Ma tu da questa via di ricerca allontana il pensiero. […]
Noi, invece, non solo abbiamo dimostrato che i non-enti sono, ma abbiamo anche mostrato la Forma che è propria del non-ente“.

A cura di Laura Murroni


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