In questa rubrica le notizie provengono dalla caverna, come l’uomo del mito di Platone e, proprio come lui, uscendo acquisiscono una nuova luce e nuove conoscenze. Per questo motivo qui ci proponiamo di raccontare ogni giovedì quella filosofia che è al centro della vita dell’uomo da millenni.


Il volto di Medusa

In principio vi è il pianto. Piange quella creatura che ora è qui; il suo respiro è puro pianto, semplicemente singulto, lamento, lacrima di colui che è nato e non lo ha richiesto. Quel singhiozzo è simbolo del gonfiore dell’inconsapevolezza e dell’incompletezza, un crepitio di incertezza, una dimostrazione dell’esserci per qualcosa. A vivere si inizia con il pianto, la percezione e l’appercezione del cambiamento subitaneo e impulsivo dell’essere, di un essere che alla fine del proprio tempo dovrà andare «via di qua».

La filosofia si interroga sull’indicibile, insuperabile, impenetrabile mistero della morte, unica certezza reale della vita, destino promesso e allo stesso tempo inconoscibile. E la sua ambiguità ci ha spinti al pensiero, alla ricerca di una verità, di un’origine che spiegasse la vita e soprattutto il suo limite.

«Principio degli esseri è l’infinito: da dove infatti gli esseri hanno origine, lì hanno anche distruzione secondo necessità, poiché essi pagano l’uno all’altro il fio secondo l’ordine del tempo».

Alla mensa del tempo si muore mangiando. Al tribunale del tempo bisogna pagare il fio per la propria esistenza; bisogna pagare per la colpa di essere nati dall’indeterminato, dall’apeiron, per ritornare a essere ineluttabilmente, impercettibilmente niente. Anassimandro, uno dei primi filosofi dell’archè, ha individuato il principio e l’essenza dell’essere nell’indeterminato, ovvero in un universo in cui Ordine e Caos coincidono e cercano di fagocitarsi a vicenda in una lotta alla sopravvivenza in cui in realtà non ci sono né vincitori né vinti. Al Caos primordiale segue l’ordine del tempo e la nascita dell’esistenza, distrutta un attimo dopo secondo necessità, da cui ha inizio il processo dell’eterno ritorno. La morte è dunque un bisogno del tempo, pòlemos immortale tra nascita e distruzione.

Secondo il filosofo dell’indefinito dunque tutto si crea e si annulla nell’attimo esatto in cui si è creato. La morte insomma non salva i fenomeni, ma li riduce a puro niente in cui nemmeno il tempo esiste.

Tuttavia non lasciare alcuna traccia nel mondo, nemmeno la colpa di essere stati, è una soluzione che non ci consola affatto. Svuotare di senso la morte significa svuotare di senso anche la vita. L’idea di essere semplicemente un ideale, un continuo tendere a qualcosa, un divenire imperituro, non ci conforta. Ritornare a essere pura polvere ci fa paura. E allora giunge in nostro soccorso la filosofia, che si è caricata sulle spalle la responsabilità di strappare alla morte l’aculeo velenoso.

Così Platone nel dialogo Fedone cerca di dimostrare il dualismo anima-corpo e la sopravvivenza della prima anche dopo il decesso. Rimarremo cioè per sempre vivi senza materia e senza forma e la morte rappresenterà solo il momento in cui l’anima si libererà dalla prigione del corpo. La rassicurazione platonica influenzerà fortemente la filosofia cristiana, secondo la quale una reale fine non esiste, ma vi è un andare oltre, uno sporgersi al di là del superficiale senso dell’immanenza per affacciarsi a un altro mondo, tramite un passaggio, un transitus, rappresentato dalla morte. Essa dunque non è solo un finis a cui si tende, ma una tendenza all’evoluzione, l’approdo a un altra realtà. Tuttavia ancora un problema rimane irrisolto nella definizione del transitus, ovvero il passaggio stesso. La paura della morte inizia nell’istante in cui si apprende che la fine è certa, non si sfugge, non si scappa, quella è la nostra meta, «via di qua». Nell’istante in cui capiamo che la nostra vita ha come senso intrinseco l’allontanamento costante con una meta certa ma indefinita, allora sopraggiunge il timore. Come si vive la morte? Questo è il principale dubbio. D’altronde, nessuno di noi sa morire; nessuno ha mai imparato a morire. Abbiamo paura dell’istante stesso in cui si muore, delle sensazioni, delle percezioni, del sentimento dell’abbandono. Siamo stati in grado di escogitare degli strumenti allo scopo di consolarci dell’umano stato. Abbiamo ideato una sorta di farmacologia mondana sia della noncuranza, sia dell’oblio, sia del ricordo. Il filosofo Epicuro afferma «Il male, dunque, che più ci spaventa, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei non ci siamo più noi», cercando di liberare dunque l’uomo dal timore della morte, riducendola a puro nulla, quindi espungendola dall’orizzonte dell’esistenza. Una strategia funzionale, capace tuttavia di rendere l’umano poco umano. Ciò che infatti caratterizza l’uomo è proprio la facoltà di riconoscere la morte, di viverla per sé ma soprattutto per gli altri. Un uomo incapace di riconoscere la morte è altro rispetto a un uomo, è come un grumo d’argilla, privo di senno, privo di linguaggio, privo di pensiero. Credere di essere altro rispetto alla morte significa evitare di ricordare volto di colei che osserva e pietrifica, donna dai capelli di serpente, simbolo perfetto di non-essere più: Medusa, la Gorgone. Incrociare lo sguardo della mostruosa maschera di Gorgo, che «incarna ciò che è al di fuori dell’umano, l’indicibile, l’impensabile, l’alterità radicale», induce alla morte. Il volto di Medusa è un memento che inevitabilmente ci prepara alla sorte che attende ognuno di noi. Dimenticare il nostro essere per la morte è oblio della memoria e del senso più intrinseco della nostra stessa vita. È bene dunque prendersi cura della morte, assumendo la maschera di Gorgone non come ciò da cui fuggire, ma come ciò che costantemente va ricordato. Non sappiamo cosa sia la morte; non sappiamo come sia la morte; non sappiamo nemmeno se sia. È sicuramente l’incertezza che ci dà la certezza di essere vivi. «Bisogna imparare a morire» nel tempo che il tempo ci sottrae. Ricordare costantemente il volto di Medusa.

A cura di Ambra Lai


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