In questa rubrica le notizie provengono dalla caverna, come l’uomo del mito di Platone e, proprio come lui, uscendo acquisiscono una nuova luce e nuove conoscenze. Per questo motivo qui ci proponiamo di raccontare ogni giovedì quella filosofia che è al centro della vita dell’uomo da millenni.


Che cos’è l’infinito?

L’infinito è oggetto di studio della filosofia sin dal suo principio: in greco per indicarlo veniva utilizzato il termine “apeiron”, che significa infatti privo di “péras”, limite, e Anassimandro individuò in esso l’inizio di tutto, l’elemento da cui tutto è nato e si è generato, detto anche “arché”.  

Nel tempo però assunse per i Greci, e non solo nella filosofia, un’accezione negativa: l’infinito diventa l’imperfezione, perché è privo di confini e di quell’ordine tanto apprezzato dai Greci, e se non ha una fine vuol dire che è mancante di qualcosa e quindi per questo imperfetto; mentre il finito diviene la perfezione e quindi la definizione stessa di divinità. Questa riflessione è applicata dai Pitagorici a tutti i numeri che dividono in pari e dispari, i primi di questi sono definiti imperfetti perché considerati infiniti, e al contrario quelli dispari sono ritenuti finiti e quindi perfetti.

Secondo Platone e Aristotele la materia è infinita, nel senso di amorfa e informe, e dunque talmente estesa da non essere conoscibile, dato che non può essere soggetta al pensiero, poiché bisognerebbe analizzare infinite cose e questo risulta impossibile. A questo infinito, disordinato e imperfetto, si oppone la concezione aristotelica dell’universo: infatti Aristotele riteneva che esso fosse perfetto e ordinato e quindi finito, e al centro di questo si trovava l’uomo. 

L’idea negativa dell’infinito ha iniziato a cedere con Plotino, che aveva distinto l’infinità potenziale e l’infinità attuale dell’Uno. Secondo Plotino quest’Uno, grazie alla sua infinità e sovrabbondanza, creava ogni cosa, come una divinità. Da questa concezione parte infatti la perfezione dell’infinito, poiché considerata in relazione a Dio, creatore di ogni cosa, che è infinito e perfetto e si contrappone all’uomo infinito e imperfetto. 

Così nasce la distinzione di Tommaso D’Aquino tra infinità negativa e infinità positiva di Dio, che è quindi massimo assoluto e in quanto tale la mente umana non lo può né definire né determinare. 

Da tutte queste riflessioni prende spunto la filosofia di Niccolò Cusano, secondo il quale l’infinito non è conoscibile per mezzo della mente umana, e dunque l’infinito corrisponde a Dio, figura nel quale corrispondono gli opposti. Dio contiene ed è presente in ogni cosa: l’universo è quindi l’esplorazione di Dio contratta, un infinito contratto. Questo perché se Dio è onnipotente non può creare un universo finito, perché comporterebbe l’esistenza di un’altra figura in grado di creare un universo più grande di quello di Dio, ma non può esistere una figura più potente di Dio, quindi l’universo è infinito. Egli è il primo ad ammettere l’infinità dell’universo, andando contro la visione aristotelico-tolemaica del mondo, accolta anche dalla Chiesa. Cusano è infatti il predecessore della rivoluzione scientifica, che conferirà un nuovo volto alla filosofia.

Giordano Bruno riterrà invece che il principio divino è infinito e in quanto tale, anche la natura che ha creato, è infinita. L’universo corrisponde a Dio stesso, che in quanto coincidentia oppositorum, è sia esplicato e disperso sia implicato e involuto. Bruno afferma inoltre, in reazione all’aristotelismo, l’impossibilità di dare un limite alla materia e la necessità di trovare un punto di connessione tra finito e infinito, infatti il minimo deve coincidere col massimo, l’uomo con Dio, il finito con l’infinito.

Cartesio conferma la corrispondenza tra Dio e l’infinito, alla quale l’uomo arriva attraverso il pensiero: infatti Cartesio, partendo dall’idea del “Cogito, ergo sum”, afferma che la sostanza infinita è Dio, dato che possiede in sé l’idea di infinito ed è consapevole di essere sostanza finita, e dunque oltre a lui non può esserlo null’altro.

“Perché come potrei conoscere che dubito e che desidero, cioè che mi manca qualcosa, e che non sono perfetto, se non avessi in me nessuna idea di un essere più perfetto del mio, dal cui paragone riconoscere i difetti della mia natura” (Meditazioni metafisiche, III, in Opere, vol. I, p. 225)

Con Cartesio l’infinito diventa l’espressione più di filosofia moderna, nella celebrazione dell’uomo, pur nella consapevolezza dell’esistenza di un infinito che lo sovrasta.

A cura di Laura Coghe